Antonio aveva sei anni quando inventai per lui il Signore del Silenzio.
Era un pomeriggio estivo in Puglia. Antonio correva nel cortile sotto l’ulivo con quella energia inesauribile che possiedono i bambini e che gli adulti, dopo qualche minuto, tendono a classificare sotto la voce: rumore.
Le cicale cantavano con grande convinzione. Antonio faceva lo stesso.
Fu allora che ebbi un’intuizione pedagogica.
«Antonio, hai mai sentito parlare del Signore del Silenzio?»
Il bambino si fermò. Scosse la testa.
«Vive nei luoghi dove nessuno parla. Negli angoli delle stanze vuote, nei corridoi delle case abbandonate, nelle ore profonde della notte.»
Antonio la guardava con quella attenzione assoluta che solo i bambini possiedono. Quando ascoltano davvero, credono.
«Il suo potere è molto semplice» continuò. «Fa sparire i suoni.»
Per un attimo il cortile sembrò davvero più quieto.
«Ma non può farti nulla se resti in silenzio.»
La pedagogia domestica, quando manca di strumenti migliori, si serve spesso di creature immaginarie.
Da quel giorno Antonio sviluppò un rispetto quasi religioso per il silenzio. Devo ammettere che il mio esperimento educativo funzionò meglio del previsto.
Solo anni dopo capii che forse avevo creato qualcosa di più resistente di quanto immaginassi.
Antonio crebbe. Studiò musica.
Non so dire se fosse una vocazione o una conseguenza indiretta della mia invenzione. In fondo la musica è l’unica arte che non può fare a meno del silenzio: le note, da sole, non bastano. Hanno bisogno di qualcuno che le aspetti.
Un giorno Antonio mi raccontò un episodio della sua adolescenza. Stavamo seduti in cucina a discutere — come capita spesso ai giovani — dei grandi problemi dell’universo: il tempo, il destino, il senso dell’esistenza e altre questioni sulle quali l’umanità riflette da millenni senza risultati apprezzabili.
Antonio sosteneva che il silenzio fosse una forma di conoscenza.
Io, più pragmaticamente, pensavo che il silenzio fosse soprattutto il momento in cui nessuno sa bene cosa dire, ma tutti fingono di riflettere.
A un certo punto disse: «Sai quando ho cominciato a capirlo?»
Fece una pausa.
«Durante una passeggiata su una spiaggia quasi deserta.»
Poi aggiunse con un sorriso: «In realtà avevo iniziato quella passeggiata per riflettere sul senso della vita. Dopo mezz’ora avevo capito soltanto che avevo fame. È già un progresso: la filosofia di solito complica le cose.»
Camminava lungo la riva quando vide un vecchio pescatore tirare lentamente le reti.
Antonio gli parlò del Signore del Silenzio.
Il pescatore ascoltò con la calma di chi ha passato la vita a guardare l’orizzonte.
Poi disse: «La gente ha paura del silenzio.»
Fece una pausa.
«Appena arriva, lo riempie.»
Antonio rimase zitto.
Il pescatore annuì.
«Il silenzio non mangia i suoni» aggiunse. «Li aspetta.»
Antonio ricordò sempre quell’istante: il mare immobile, il rumore lento delle reti, il tempo che sembrava fermarsi come in certe inquadrature dei vecchi film italiani dove non succede nulla — e proprio per questo succede tutto.
Molti anni dopo mi disse che forse aveva cominciato a capire la musica proprio in quel momento.
Nei suoi concerti accadeva una cosa curiosa.
A un certo punto la musica si fermava.
E il pubblico restava sospeso.
Qualcuno ascoltava davvero. Qualcuno tossiva. Qualcuno si agitava sulla sedia. Il silenzio, come la verità, non è mai stato molto popolare.
Una notte Antonio tornò alla vecchia villa dove avevo inventato la storia del Signore del Silenzio.
Entrò. Salì le scale. Aprì una porta.
La stanza era immersa in un silenzio così completo da sembrare quasi una presenza.
Antonio mi raccontò che per un attimo gli parve di vedere una figura scura al centro della stanza.
Il Signore del Silenzio.
Gli disse soltanto: «Ti ho temuto per anni.»
Poi aggiunse: «Ma ora ho capito una cosa.»
Un istante.
«Non sei tu che hai trovato me.»
Un altro istante.
«Sono io che ho inventato te.»
La figura svanì lentamente, come fanno le ombre quando qualcuno accende la luce.
Antonio uscì nella notte.
Il silenzio era ancora lì.
Ma non era più un mostro.
Era semplicemente lo spazio dove i suoni — e forse anche i pensieri — aspettano il loro turno.
Quanto a me, non ho mai confessato apertamente la mia responsabilità nella nascita del Signore del Silenzio.
Gli adulti preferiscono non rivelare certi segreti pedagogici.
Del resto l’infanzia è piena di creature immaginarie.
Alcune servono a spaventare i bambini.
Altre servono a educarli.
E qualcuna — lo capii solo molti anni dopo — finisce per educare anche chi l’ha inventata.
Per questo non ho mai raccontato ad Antonio tutta la verità.
Temo che, se lo facessi, smetterebbe di credere al Signore del Silenzio.
E ricomincerebbe a parlare come quando aveva sei anni.
E a quel punto — lo confesso — potrei essere costretta a inventarne un altro.