Murakami e il Nobel: l’arte elegante di non vincerlo

Una riflessione tra jazz, biblioteche, solitudini urbane e l'eleganza un po' sospetta degli scrittori che continuano a sfuggire ai premi.

Archivio Polveroso · Sezione Riflessioni · Marzo 2026

Nel mondo letterario esistono tre categorie di scrittori: quelli che vincono il Nobel, quelli che sperano di vincerlo, e poi c’è Haruki Murakami, che sembra vivere in una dimensione narrativa tutta sua — probabilmente con due lune nel cielo e un gatto che osserva la scena con una certa ironia.

Il suo nome compare da anni tra i favoriti. Non è più un pronostico: è quasi una tradizione. Ogni stagione qualcuno annuncia con tono solenne che «questa potrebbe essere la volta buona». È un po’ come quando un amico decide di iniziare a correre: tutti lo incoraggiano, ma nessuno è veramente convinto che durerà più di una settimana.

Murakami, nel frattempo, fa una cosa piuttosto sospetta nel mondo letterario: continua semplicemente a scrivere.

Il suo ingresso nella letteratura ha qualcosa di comicamente improvviso. Nel 1978, allo stadio Jingu di Tokyo, durante una partita di baseball, sente all’improvviso che potrebbe scrivere un romanzo. Non una crisi creativa, non una tormentata vocazione romantica. Un’intuizione sportiva. Una specie di epifania che, in una commedia nevrotica ben scritta, arriverebbe tra un hot dog e una discreta ansia esistenziale.

Prima di diventare scrittore gestiva un jazz bar a Tokyo, il Peter Cat. Serviva whisky e faceva girare dischi di Thelonious Monk, Miles Davis, Stan Getz. E questo dettaglio non è secondario: la musica attraversa i suoi libri come una corrente sotterranea.

I titoli stessi sembrano una playlist. Norwegian Wood prende il nome da una celebre canzone dei Beatles. In molte pagine affiorano vecchi vinili, standard jazz, melodie ascoltate di notte. La musica, nei suoi romanzi, non è decorazione: è ritmo mentale.

Murakami scrive un po’ come suona il jazz: con una struttura riconoscibile e improvvise deviazioni. Le storie partono da una scena quotidiana — qualcuno cucina spaghetti, ascolta un disco, cammina per Tokyo — e poi lentamente la realtà si incrina.

Nei suoi romanzi succedono cose che normalmente richiederebbero una lunga conversazione con uno psicoanalista: gatti che parlano, piogge di pesci, città parallele, pozzi che sembrano portare altrove, due lune nel cielo.

La cosa sorprendente è che il lettore accetta tutto con naturalezza. Come se l’assurdo fosse semplicemente un’altra stanza della casa.

Nel 2023 Murakami è tornato con The City and Its Uncertain Walls, romanzo che rielabora un testo giovanile degli anni Ottanta. C’è una città murata, una biblioteca enigmatica, ombre che sembrano vivere una vita propria. È Murakami allo stato puro: memoria, identità, mondi paralleli e quella solitudine urbana che nei suoi libri suona sempre come un sax lontano in una notte di Tokyo.

Nel frattempo lui continua a correre maratone. In L’arte di correre ha spiegato che scrivere romanzi è simile alla corsa di lunga distanza: non uno sprint, ma una forma di resistenza.

«Non voglio premi. Significa che sei finito.»

È una battuta ironica, ma contiene una verità piuttosto elegante. I premi spesso chiudono una carriera. Gli scrittori, invece, dovrebbero restare in movimento — come un tema jazz che continua a improvvisare.

Murakami continua a farlo. Scrive, corre, ascolta dischi. E mentre il mondo letterario si chiede ancora quando vincerà il Nobel, lui sembra già altrove: in una città con mura altissime, una biblioteca silenziosa e un vecchio vinile dei Beatles che gira sul giradischi.

E se da Stoccolma dovessero davvero chiamare, c’è il rischio concreto che non risponda. Non per snobismo. Ma perché sta correndo. Oppure perché sta ascoltando jazz a volume troppo alto.

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