L’algoritmo
della vendetta
Mi chiamo Antonio e vivo — o forse dovrei dire sopravvivo — nella casa dei segreti.
All’inizio credevo che la parte peggiore fosse la casa. È una dimora antica, di quelle che sembrano trattenere il tempo nei muri. Le travi scricchiolano anche quando nessuno si muove, le finestre tremano sotto il vento e la grande stanza dei libri conserva l’odore acre della carta invecchiata, della polvere e dell’umidità.
Di notte il corridoio principale diventa un passaggio d’ombra dove la luce fatica ad arrivare; i gradini gemono sotto il peso dei passi, come se ricordassero presenze molto più antiche delle mie, e le pareti sembrano assorbire ogni rumore. A volte ho l’impressione che la casa respiri lentamente, come una creatura addormentata sotto le travi.
(Sospetto di essermi lasciato prendere un po’ la mano con questa descrizione, ma vivere qui produce inevitabilmente un certo gusto per l’eccesso gotico.)
Con il tempo ho capito che mi sbagliavo.
L’edificio è soltanto un involucro.
Il problema è mia zia.
(Ogni famiglia ha problemi generazionali. La nostra, per ragioni che ignoro, è passata direttamente al soprannaturale.)
Tecnicamente è morta da tempo. Narrativamente, invece, è più presente che mai.
Da quando ho aperto uno dei suoi libri — gesto innocente che sconsiglio vivamente — sono rimasto intrappolato nella storia che aveva composto molto prima del mio arrivo. Il meccanismo è semplice e crudele: io riempio pagine, lei osserva. Io continuo a raccontare, lei commenta.
Talvolta compare alle mie spalle mentre lavoro.
Non fa rumore quando arriva. Me ne accorgo perché l’aria si raffredda, come se qualcuno avesse spalancato una finestra sull’inverno. Alzo gli occhi dal foglio e lei è lì, con quell’aria severa e curiosa insieme.
«Non male» dice osservando quello che ho scritto.
«Ma potresti intensificare l’atmosfera.»
La prima volta ho avuto paura.
La seconda rabbia.
Adesso provo soprattutto stanchezza.
È difficile discutere con un fantasma, soprattutto quando è convinto di essere il tuo editor.
All’inizio ho tentato di ribellarmi. Ho smesso di lavorare per ore intere. Ho provato a uscire dalla casa. Ho persino pensato di distruggere i suoi volumi.
La porta non si apre.
Il foglio bianco ritorna sempre.
A volte mi sveglio nel cuore della notte con la sensazione che l’intera dimora mi stia osservando. Allora accendo una lampada e ricomincio a scrivere. Non perché lo voglia davvero, ma perché il silenzio diventa insopportabile.
Alla fine ho compreso una cosa semplice: la maledizione non si può spezzare.
Si può, però, modificare.
Così ho iniziato a studiare mia zia con attenzione. Ogni potere possiede una crepa. Achille aveva il tallone. Dracula temeva la luce del giorno.
Mia zia dipende da internet.
La notte la sorprendo spesso davanti allo schermo del computer. Si avvicina con un’attenzione quasi religiosa, come se stesse consultando un oracolo.
Una sera l’ho sentita esclamare:
«Due lettori nuovi!»
Per un attimo ho provato una strana tenerezza. Poi ho pensato che probabilmente erano bot.
Non è facile spiegare a un fantasma la differenza tra un lettore e un algoritmo. A dire il vero, è una distinzione che talvolta sfugge anche agli editori.
Ma in quel momento ho capito qualcosa di fondamentale.
Il suo potere non nasce soltanto dalla scrittura.
Nasce dal fatto di essere letta.
Se quella possibilità fosse scomparsa, il fantasma avrebbe perso la sua voce.
La sala dei libri è un labirinto di scaffali. Alcuni volumi sono così antichi che le pagine sembrano respirare quando li si apre. Tra quei testi ho trovato un manuale di archeologia del Vicino Oriente.
Fu lì che ebbi l’idea.
Le civiltà antiche inventarono sistemi di scrittura sorprendentemente diversi: geroglifici, segni cuneiformi, alfabeti misteriosi, abbreviazioni medievali.
Guardando quelle pagine capii quale forma avrebbe preso la mia vendetta.
Non dovevo distruggere mia zia.
Dovevo esiliarla fuori dal linguaggio del presente.
La notte seguente preparai il rituale.
Non utilizzai carta né computer. Presi una tavoletta d’argilla e iniziai a incidere i simboli con uno stilo.
Quando la zia apparve nella stanza mi trovò chino sul tavolo.
«Che cosa stai scrivendo?» domandò.
«Un nuovo capitolo.»
Lei si avvicinò. Lesse la prima riga.
La stanza tremò appena. I libri sugli scaffali sembrarono respirare e le lettere stampate sulle pagine cominciarono lentamente a deformarsi. Le linee latine si spezzarono, trasformandosi in figure antiche e irregolari.
La zia mi guardò con stupore.
«Che cosa hai fatto?»
«Nulla di grave» dissi con calma.
«Ti ho soltanto trasferita in una lingua che non appartiene più a questo secolo.»
Da quel momento può esprimersi soltanto attraverso un sistema di scrittura che ho composto con una certa cura filologica: ideogrammi egizi, segni cuneiformi, abbreviazioni medievali e alcuni simboli inventati.
Il risultato è una lingua perfettamente coerente.
E assolutamente indecifrabile.
(La zia ha osservato, con una calma inquietante, che molti scrittori contemporanei pubblicano già in condizioni molto simili.)
Le tastiere non funzionano più per lei. Le piattaforme digitali rifiutano quei testi. I social network non riconoscono quei caratteri.
Può continuare a raccontare, naturalmente.
Ma deve incidere ogni frase su tavolette d’argilla.
La casa dei segreti è diventata più silenziosa.
Io continuo a scrivere — la maledizione originaria non è scomparsa — ma almeno ora la zia non controlla più le statistiche di lettura ogni mezz’ora.
Tac.
Tac.
Tac.
Sta lavorando a qualcosa.
Non so se sia una vendetta o un capolavoro.
Per molto tempo ho creduto che la mia punizione fosse definitiva. Dopotutto nessuno, nel mondo moderno, saprebbe leggere quella lingua.
Poi ho letto una notizia.
Alcuni ricercatori stanno addestrando sistemi di intelligenza artificiale a decifrare manoscritti misteriosi e lingue sconosciute.
Se ciò fosse vero, temo che anche la lingua di mia zia potrebbe diventare leggibile.
In fondo la letteratura non muore mai. Cambia soltanto il tipo di lettore.
Ieri notte ho ascoltato il suono proveniente dalla stanza accanto.
Lo stilo correva più rapido sull’argilla.
A un certo punto la sua voce attraversò il muro.
«Antonio.»
«Sì?»
«Sai qual è il difetto delle vendette intelligenti?»
«No.»
«Richiedono lettori intelligenti.»
Poi tornò il silenzio.
Temo che mia zia abbia scoperto la notizia.
Il che significa che presto tornerà su internet.
Come tutte le catastrofi moderne.